Jacopo Ricciardi


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Jacopo Ricciardi (1976) is a new poet I love very much and whose work stimulates me, intellectually, more than the work of any other living poet. Since the first time he came to visit me, about ten years ago, carrying a huge box full of poetry, I never stopped reflecting on his work. I have no systematic account of my thoughts about his work as of now, but below are some drafts you can download:

  1. Bozza di un discorso critico.
  2. Materiale per un discorso critico.

They are first attempts at a systematic study of his poetical work. In this page you can find some random example of his work, from old stuff to new. English translations are mine, except for the plurilinguistic (17), which is the author's original. I will present a more systematic sample of his work when time allows.



Da Tusen och en natt (1998?)

(17)

Marlene togli il piatto
canta un notturno di Chopin
menalo, sudalo perbene.

Aiuta la messa in onda il faro d’Antiopa.

Il pellegrino strada facendo stramazza d’uova
Colte vicino al pruno albeggiante

In the freshness of sold-man.

The establishment was run forward.
Abacus-nuts, rats
Self-numismatic alliance.
Her metizo vanishes the salt of her vesperal size.
Her larynx astonishes people in central Asia.
An Egyptian claims her forms;
he knew the desert and pyramid style.
I talk deutsch when I don’t speak.
You seem Spanish, but I am wrong.
The catholic faces are similar to moonlight
Similar to the Greek moon and the Greek
water seems the Tibetan playground,
and the Maya lintel;
and the blond hair of the future
that weave themself in this textile fitness
of Eolian wings.

Le fer se bat sur le fer de l’aigle rotis
et l’argent de son coeur se mêle
au sucre du rhum et la lamière
d’huile de ma dent tasse une fleur.
L’huitre dégrade le gout et porte le soir
au sommeil qui scrupuleux comme un fils
d’Adam verse sa joue sur un pubis époux,
amant de festons nocturnes qui piolent
marchant délibérance et soie.
Je tacte ton mot, je l’adore.
Chapska pays-âges de nations Auvernoises
qui font une charade et plante un charançon talaire
sur la porte glacée de mon ouvrage;

Candide et fromentin.
Frôleur ou branleur de Roi, je reste ton bras.

Aux marges de ton corps je pri ton corps
Et je thèse.

Je brûle en sacrifice des poires,
aussi mûres que tes reins,
pour chanter au rouge-gorge
le petit théatre où l’arbrisseau stylisé
n’est qu’un noyau qui geste au musée de Naples,
où la fontaine miaule au bras de son cirque
au soir de la pierre,
pour que les matières descendent en elles-même
et gazouillent un petit peu
comme un ornithologue au front de ses mémoires;

il est temps de se coucher, de terrasser son rêve
au balcon de ce nouveau Morphée,
ce nouveau pharynx
Larynx illuminé.

And
You,
as a Sphinx, as a Shadow,
as a Shadow, as a Sphinx
as a Sphinx,
on the neverland of joint-parter.

The Sphinx as a Jovian jowl
Mushrooming after tail.

So Minos closes his eyes,
and stand, waiting for the
poiesis-Minotaur

pfennig
phylum

p
apex


(59)

mosaici spesi al suolo
guardare branchi di vergini disciolte per perdere il fiume di Cristo
la vena aderisce al soffitto del palato
un’orda di bambini rossi giungono alle prime rotaie
non riesco a sostenere lo sguardo di questa bambina biondissima
che mi sorride
il sole è un frutto nel cielo
je t’aime comme une fleur tournée sur l’arbre
sono ora come dileso nel fischio di dio



Da IMAGINES (199?)

Sopra Un Accademia Irrisolta O Siberiana



      La storia del tempo è morta, frammento
strania al vescovo di mare, in credo
non vano a pettinar colei che Dorme.

      L’avello in testa e piatta come Nemo
in criptico spazio arriso, vïaggia,
del vino e del perno che fece cielo.

      La mimica del cielo tra vescovi
in camera a cristo e negre in chiuso
le giovani portanti vanno a dimora,

      nel blanco pezzo di vetro, il raggio,
e l’olandese mima di sue feste
scortica dal ventre il pallido languore.

      Disosso ad un ad altro feltro, piede
d’una non crebbe e gestionò l’oliva
del prete e del vello in Terra sceso.

      E, Talor, che mano di giove pianse,
il nero e turgido affresco, nel casto
delirio ascende l’uova tronale.

      In ricordo il cuore d’un pittore
lontano, testa che da matti trasse
le angeliche vene sottratte a carne.

      Uno e tetro sul piano di Dio, deo
di prassi e carni stese, nel baleno
rutilante e sporco del dio interroto.

      Di lontano un mondo aperse ai carri
marini scesi su fronte di clero
come mani fetali sporte al ritratto.

      Il cerchio che sparte in processione
i tanghi, colora a notte i vespri
e parla quelle lingue che sole fan sorte.

      I resti che sforman le vedute,
lato e fianco di pallide coscienze
enn’ atrio di museo la nassa passa.

      Il sonno d’afrodita smuove i portoni.

      Cantano ignare le fiere notturne
al passo di sfavillanti anni e ceri
nella corte ove giacque Teseo e pianse urano.

      L’amnistia del dardo scempia il nastro
che verde annïenta il foco
in libido, e tardi arrivo assente.

      Le sonnali vaghe del mondo fanno
nel vento ad ari, i corni di Pan
che nutre il pesce saltato tardo.

      In fondo, il bianco e ‘l nero, s’hanno tal
domestiche pinnali che sempre han
serrato il manto blu smalto di gesù.

      I carri e i porti marini nella fissa
notte, dormono tardivi nella china
vinità che gròsto che male ho sporto.

      La verginità convulsa discese a vento
piangono lagrime del senso, vali-
gie morte e fisse nel clero spario.

      La moquerie dei vani di Marzo, fa
ghirlanda mastica di pelli bovine
nel vento smalto che cuoce Irlanda.




[...]
La tua mano corre sulle palandrane
infantili del mio mento

hai delle nocche che mai ho visto
come montagne assonni e svenute

Sei lo scalpito del trebbiario
del pozzo assiro
decorato di nozze e di metalli

Tu viens de labourer tes paupières avec mes poumons.
Tu retranches la soie de ta langue
d’un horizon de lard pluvial.
Tes tresses capturent les nuages et miment encore un autre.
Udienza.
Le chatin miaule en florant mes draps d’eau violette.
je déclares l’orgie sur tes épaules, et tu découpes.
Ta main est forte comme une jarre.
C’est le soleil, déjà, qui peint tes ablutions.
Tu te courbes, Tu te plies, et je meurs
au laurier de ce casque de bras.
Sur les bois de tes dents.
La miniature gravée place une liturgie de confit maigre.
Tu meubles ton corps, tu danses et tu ris; tu fuis.
Tu bourdonnes a mes manches tu manges et tu nies.
Le port de ton crâne et desserré de fiévres.
Une coupure rousse de marges ondulés
s’èléve dans le turquin rouge et bleu de mon sperme.
Un cadavre fronces les mares, les jettent au bosquet, et les buissons demeurent.
Ton oeil fatal est feu de cologne.
L’or de tes ongles déchire les ardoises.
Les petites blondes des hameaux dèroute sur ce premier ciel.
Ton regard les mange et entre en dèbacle.
Tu rougis comme une étoile sous mon essèlle
comme une bierre ou lierre de mai sous un pont d’automne.
Le foi de tes cils est pur ainsi qu’un piéton de plaie.
Le liquide lacrimal est dur et je perds mes cils.
Les chlores des bois suivent les soirs
et rotte de barres
sur un toit de laine de crouse.
Le soleil pousse son bord jaune
et sur tes flanc de lièvre, Amen
sur ton nombril de rouge gorge clair
sur l’avancée géniale de ton menton si proche.
Ébène de pourpre gorge déclarée.
Sur la ville une chaumière de bas.
Anachorèse, Marianne de Stolen.
And often often Narcisse.
Dalaïde, Cornère.

Sommeil! les mers des corps mûrissent blondes.
***
Ilia
dal cappuccio di latte.

Donna fracassa
***
I tiranti murali in un cielo ennuyeux
masticano l’edre
degli occhi truccati.
***
Il tuono ha palpebre d’autunno.




[...]



Sono un profilato ondulato e basta,
Sono un cherubino delle ossa a scalare di Colei
Sono Martirio, il Dio dalla spalla fumigante d’argento.
Sono lo spettro rappreso nel tuo estro.
Sono la tua terza voce.
Sono il mastice del tuo occhio.
Sono fecondo tra le pareti d’incenso.
Sono Ardo nel resto prolisso.
Sono Giove Nettuno e Agamannone
Sono la storia dell’ovale prosodia.
Sono algoritmo nel segno dei cieli.
Sono la vergine badessa che scuote le renne
scese sul prato dell’apocalissi d’ieri.
Sono Nerone negro figlio del cinematografo.
Sono il fresco aereo sotto le ali di Pluto.
Sono cuore e mente nell’asperide passata.
Sono le membra del dioniso parlante.
Sono i cervi che abitano le ultime croste terrestri.
Sono l’estate calata come un vespro sulle schiene e tra le
affilatissime corna dei cervi.
Sono l’estate che non sta nelle paludi bianche.
Sono le foglie attese a sollemni.
E Le bacche crude del corpo fanno reminiscenza.
Sono il passo di Atala nel campo di travi.
I gelsomini nascenti bagnano le fronti.
delle divinità nascoste per cardî di fratta.
Sono la coclea verde che mente senza finire.
Sono l’assalto androgino.
Sono bacco nel letto di piume.
Sono dio con quel corpo di donna.
Sono la favola buttata nell’acqua.
Sono dio che torna sui suoi passi nella guerra delle antille.
Sono un Dio senza crisi, sono un dio.
Sono l’Arte.
Sono l’onnipresente balza del sole nell’olio d’ossi.
Cratere d’ovvi.
e stantii Nanti.
nodoïformi
Cani protervi dai canidi impazziti
Sono l’ancora dei climi conati cosparsi.
Anafilattico addio
Addio.
Rinasco nella rinascenza degli ami
Rinasco
meticolo adviso.
Addio. Addio. Eccomi - Addio
Sono l’anti frastico
.
.
.
addio. senza palmi d’amore.
e afosa calvizie.


Sopra la Tecnica di Whistler



[...]

Tu vuoi che nel cielo imploda un astro, ma
nelle trascorse fuligini, su per
le gole d’Afro, rosa e acqua appena
prastinando e procrastinando felci dorate;
sul glòmo infuso di lattee morenti;
non hai culle che per correggere i molti
disquami lepridi e sòlti, cardiaci
passi, tra code ricave nell’olio
di biondi impasti, di cornete aulenti,
principiando corde su quel seno ascese.

Dirotte ‘chiglie per vulvee lari,
bastioni di latte seminale su
per la gola dell’oasi rifratta,
licheni bianchi sulle pallide reti
e carni ondose, andanti al lato,
sullo scoglio primo che ruppe il tatto
nella paresi pittorica di sparsi collirî
nelle calde estati primaverili
intarsiate di fiori e libecci
concave cornici rimosse future.

Entrare distratto per sparsi portoni
tra nevi dialettiche su spalti dorati
tra candide gole o mani insavite
tra l’arminale danza di carri già posta
su spalle triviali di candide corti
per ‘castiche strade dolenti
tra gracili soli rifranti, minimi
bianchi tra stoppa soffusa di rossi cartelli
salvando il riso aspro della venere
inaccolta, nel lasso che stempia i cardi

d’ottone luridi affogati nel miele
del paese mietuto a largo
dello stivale femminile che slabbra
le coltri fulgenti di rapide sere
nell’ostia ritesa voluta nel lago
sabbiando una gola gittante alla
spalla scavata nel lirico addome
maestro di calde sete, tra dorsi
di splendide arborescenti palpebre
cosparse di quel crine altero, sorretto

dai vagiti plastici di penombre mascelle
fulminate nel logoro strascico del tuono
che all’orizonte spinge uno strappo
netto alle caviglie simili nel suono
corrette in un parziale trionfo
di volte strette all’organismo piano
di una buona cortigiana in pianto
sul lato del timone destro
che fece di febo un anno
in digradante elegia cinese.




Da Confessioni di un Minotauro (1999)

L’Angelo lasciava pendere l’arciliuto dai suoi muscoli titanici; egli sapeva tutto e si spense nei suoi stessi occhi di fronte alla favola stampata nell’arco dei capelli di colei. Le corde metalliche abbracciano il suo seno diminuito nel volto acido di Selon. Nel mio percorso di prati rigidi il ricordo delle voci il ricordo sì, il ricordo è morto, seppure riporto le quattro mani al pube, mani sì mani in preda d’altre. E permane scesa un’elettricità pornografica. La mani fredde ho squarciato il teatro affresco del mio ventre. Cortili ed asce, balsami e sottane, i miracoli affogano nel naso aquilino dell’angelo. Un flauto mi riaccede ed è forse lo stesso. Il verde sorriso si mescola nella cenere della città. Giro tra le dita gli origami gemelli. Scendendo le scale dell’uscio i rovelli di flusso scaldano la fronte e affossano il primo piede nella rugiada, avendo la collera degli ombrelli neri nella gola. La rosa offerta al bianco quadrante e vivo delucida, ricaduta al tempo del nettare della resina. Abbellire.. Mi commuove la voce cantante interminatamente, senza che i sorretti capelli sveglino l’angelo sdraiato al suo petto. I roghi dell’immaginazione vanno e rimangono a me, Roghi dell’Immaginazione. Immaginazione dei miei Roghi prossimi alle ciglia sfilate. Nuziale, e peso è il corpo. Spaziale; aghi di luce e senza. Il gallo elettrico apre il diaframma e passi. Mordere l’intonaco del muro è come mordere il gesso e la bettola ha laghi dorati rovesci sulla creta. L’ombra della flora è seme. La speme della vicinanza infusa viola. L’arpeggio flette l’abbandona e lo strappa. Tenente dei languidi spari. Begonia dell’armonia ammantata, sotto i prudenti fari del sottosuolo; per occhi miracolosi che guardano da me. L’afrore chiuso ai gelidi cancri.





Occhi di liuto alla fronte dell’altana sul colle pomeridiano della voragine fanciulla quando nel becco ottiene il labbro della pietra azzurra rialzata grave, sui ciondoli nodoiformi dell’appello, agresta struzzo palmato nelle fronde, sinusoide diaspro erta nel fiume viola degli astri scorsoi.

[...]

Se chiedo aiuto in supplica ai tuoi capelli, e dei tuoi occhi in sguardo d’altare, puoi recedere le valli. Avvolte con passo atroce e stupido; sono un’infamia occulta senza branchi. La città è un cervello. Sono nascosto in un manto in qualche insidia pornografica. Suono qualche strumento al lato di quella strada al fiume, Dicevo di ricordare i musici battenti, ma sull’orlo della navata incedono solo rondini d’incendio. Ho fuso tra le dita le alghe della laguna del pube e per me ora un rimpianto, una soave lozione per nastri di serrature scattate alle caviglie. E se i dialetti rincorrono un seme pericoloso, l’addome di questo figlio salvo si studia tra le anche; i tetti del disastro rossi sono alti nel sereno angolare. Oggi per me che non sono più filosofo che getto la lingua in un lato della cenere. Non sono ciò che volevo arguire, ciò che non volevo essere - El Sueño - nelle scremature acre dei petti albini, dignitosi d’isole, contrafforti di polvere, una donna scalza, esce, poi nulla, poi ancora la donna, Andromaca non nacque tra queste felci dorate. Scontrai le cortecce dei suoi occhi ai poli, poi, placidamente scurì. I fiordi di gesso dai gomiti sul petto. L’opalescenza lunare dei navigli e non più oltre.


From Schiava (2001)

The millimeter of water is the wrench that does not cling to your clothes
while you move it between your fingers through forms impending flock. The vortex
or the undulation disappears, and fingers for a bit of clignée are unsatisfactory
and when my fingers are as simple water and I shall be the same
I’ll make for myself the Nothing and the experience.

Angelical workman with plumage corpse by the architrave
who from above cleans his residence
inextricable the might
of the untouched artery.

The annihilation of every possibility of existence is clear life
and today’s heap and I distributed distibutor of the physic case
of only terminal and only beginning of all time Amateur’s, thus
hand-to-hand, thought brought to the awaiting of thought, it, was, at first,
attention of his own grace: ineluctable peace and disproving and
coordination, to the service of a real thought of words, acrobatical
flown resources of their mind characterized with what belongs to the whole reality
tried to stimulate itself through where it might be and lost entire in the place of its sole
and simple apparition colliding so dumb to the world to love its
identity pleased to our own not yet possessed but awarded
in the preparation of what the world manoeuvres all multiplied in things
that share our origin in the favourable temptation of the soluble dialog;
by mountains and notions of wind and beating and beating of a mirrored heart,
we nourish when we lay the world down in the prolific familiar escorted
as far as here by the ever future

Upon the struck of the energy
flexible nature.

that bend themselves in the embrace (of extension to the fluid that màgnetizes in genialed aspiration)
rising solo of behaviour of practica.